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Mr. Pratt, I suppose? (di Renato Pallavicini) |
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«Mister Pratt, I suppose?» «Guardi, io non sono Pratt e lei si figuri se può essere Stanley!» «Certo che no, sono un giornalista, spedito dal mio giornale l’Unità, a scoprire che fine ha fatto Hugo Pratt. Vedo però che lei di viaggi ed esploratori se ne intende, se sa che fu proprio il giornalista Henry Morton Stanley, inviato dal New York Herald sulle tracce di un altro scomparso, l’esploratore David Livingstone, a domandare, quando lo ritrovò: “Mr. Livingstone, I suppose?”». «Certo, lo sanno anche i bambini, per chi mi ha preso?»
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Immaginari oceani (di Renato Pallavicini) |
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Da quando è partito, il 20 agosto del 1995, ha dato poche notizie di sé. Una cartolina ogni tanto, con francobolli colorati, proveniente da sperduti angoli dall’altra parte del mondo. Hugo Pratt se ne è andato dieci anni fa, salpando dalle rive del lago che bagna Losanna, dove si era rifugiato, dopo decenni passati in giro per il mondo. Si è messo in spalla un sacco da marinaio e ha preso il largo su quel lago che, per magia e solo per pochi istanti, si è aperto un’uscita sull’oceano. E adesso Hugo fa il punto tra meridiani e paralleli acquatici, saltando, come una cavalletta, da un’isola all’altra del Pacifico, quelle isole così numerose che, viste sulle carte, gli ricordavano una serie di puntini neri che rimandavano a un appuntamento, a qualcosa di non detto, proprio come i «puntini di sospensione».
Anche noi siamo rimasti sospesi su quell’assenza improvvisa e la frase ci è rimasta a metà, bloccata dal groppo di commozione che ci prese in quell’agosto lontano alla notizia della morte del grande disegnatore, anzi del grande scrittore: perché - come diceva Pratt - il fumetto è letteratura disegnata. Oggi, forse, possiamo completarla quella frase, mettendoci alla ricerca del buon Hugo che, nel frattempo, chissà dove è finito. Ci attende un lungo viaggio, un giro del mondo, un Periplo immaginario sulle tracce di Pratt, in compagnia, ovviamente, di Corto Maltese e delle tante creature che il grande veneziano (in realtà era nato a Rimini, il 15 giugno del 1927), ha lasciato sul suo cammino: tanti e colorati sassolini che - basta seguirli - ci porteranno da lui.
Si parte da Siena, da Santa Maria della Scala, storico ospedale della città, recuperato a spazio espositivo e museale, dove è allestita la mostra Periplo Immaginario promossa dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena e realizzata dalla Cong SA di Losanna (la società che detiene i diritti dell’opera di Hugo Pratt), in collaborazione con Santa Maria della Scala e il Museo italiano del Fumetto di Lucca. La mostra, che ha il patrocinio del Comune e dell’Amministrazione Provinciale di Siena, è curata da Patrizia Zanotti con la collaborazione di un comitato scientifico formato da Didier Platteau, Cristina Taverna e Thierry Thomas. Una rampa che sale dolcemente, un po’ in curva, che si allarga verso la fine in una piattaforma, quasi una prua. Si entra così nella mostra dedicata ai sogni e ai viaggi di Hugo Pratt. Eccoci dunque sulla prua di questo vascello immaginario, affacciata su una parete scura che ospita due megaschermi su cui scorrono immagini liquide: acqua e acquarelli. Sotto gli schermi, in basso, sotto la prua, dove ci si aspetterebbe il mare, c’è invece un «oggetto» che spiazza e sorprende: un’automobile di Formula 1. È una Ligier che Pratt decorò con i colori bianco e blu delle sigarette Gitanes, sponsor della Ligier pilotata da Martin Bundle nel Gran Premio del Giappone del 1993. L’auto sembra un relitto affiorato dal mare, oppure una zattera, come quella su cui, legato, quando fece la sua prima apparizione a fumetti, Corto maltese se ne andava alla deriva nel Pacifico.
In alto, sopra le nostre teste, s’intrecciano in geometrie spezzate, tralicci di metallo, quasi degli alberi di un veliero, bianchi e neri a significare i tratti dei disegni di Pratt. Formano vele triangolari su cui giganteggiano particolari dei suoi disegni. La nave va, mentre la voce e la faccia di Hugo Pratt si anima sugli schermi in frammenti di interviste; mentre la sua mano traccia segni sui fogli o stende liquide campiture di colore. Tutto questo è solo l’inizio del viaggio, quasi uno spot, suggestivamente allestito dal giovane architetto Giovanni Mezzedimi. Per mettersi davvero sulle tracce di Pratt bisogna salire ai piani superiori di Santa Maria della Scala, dove c’è la mostra vera e propria, la prima antologica dedicata al grande disegnatore e narratore, dopo la sua scomparsa e che arriva a distanza di quasi quindici anni dall’ultima mostra di Venezia, la sua città.
La prima tappa è l’Africa, dove Pratt - al seguito del padre e della famiglia - passò parte della sua infanzia e della prima adolescenza. E poi, attraverso sette porte si attraversano continenti, latitudini, oceani: da Sud a Nord, dall’America latina a quella del Nord, dall’Asia al Pacifico. Il cammino è scandito dai suoi disegni, soprattutto dagli acquarelli: fantastici, struggenti di bellezza e di lontananza, di avventura e di femminilità (quante stupende donne ha disegnato Pratt!). Ogni tanto tra quei colori s’incastrano i bianchi e i neri delle chine, delle tavole a fumetti, in un confronto esaltante. Nell’aria, intanto, arrivano echi di tanghi e fischi di vaporiere, consumati tra la pampa e la steppa. È una mostra soprattutto di sensazioni, questo Periplo immaginario, di sguardi e di abbandoni, sulle rive del mare, scrutando l’orizzonte, gli orizzonti infiniti e sempre mobili di Corto e di Hugo. E poi c’è una piccola stanza delle meraviglie, quella dedicata alla sua prima avventura, Una ballate del mare salato, pubblicata sulla rivista Sergente Kirk dell’editore genovese Ivaldi. Su tre pareti, come in un mosaico, sono attaccate le oltre 160 tavole di quel fumetto da cui tutto è partito. O quasi. Perché Corto si è visto lì la prima volta, nel luglio del 1967, ma il buon Hugo si era già mosso prima, molto prima, in giro per oceani e deserti, tra golette, sampan, treni ed aerei, con appresso una scatola di acquarelli. E noi che siamo ancora qui ad arrancargli dietro, con un po’ di fiatone e tanta gioia negli occhi.
Renato Pallavicini L'Unità
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Corto Maltese il viaggio è finito (di Roberto Bianchin) |
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Aveva una casa bianca, alta come la prua di una nave corsara, là dove la laguna svolta a gomito in faccia al borgo antico di Malamocco, sull' isola del Lido. Gli piaceva respirare quell' aria salata, starsene seduto per ore in silenzio a guardare il gioco delle onde. Si ritirava qui, dividendosi con la sua casa di Parigi, e coi lunghi viaggi negli amati mari del sud, prima di decidere di stabilirsi definitivamente a Losanna. Lo pigliavano in giro, gli amici. Ma come, proprio tu, l' avventuroso - gli dicevano - che ci sei andato a fare in Svizzera, in quella città che sembra una clinica? "Meglio vivere in una clinica che in una scoassèra", una pattumiera, rispondeva il maestro di Malamocco, la bocca tagliata in un mezzo ghigno.
Era così, Hugo Pratt. Sempre inquieto, bizzarro, imprevedibile. "Un uomo controverso" lo ricorda lo scrittore Alberto Ongaro, suo amico d' infanzia, che con lui ha condiviso le storie, i fumetti, le sceneggiature, i viaggi, le avventure e gli anni pieni della giovinezza. "Aveva un carattere straordinariamente allegro e insieme straordinariamente triste. Era capace di grandi entusiasmi e di grandi disperazioni. Gli sono grato perché è l' uomo che nella mia vita mi ha fatto ridere di più. Sapeva raccontare delle storie incredibili, assolutamente divertenti. Esilaranti. Era un grande attore, e gli piaceva recitare quando raccontava. Ma aveva anche le sue ombrosità, le sue cattiverie". Alberto Ongaro, lo scrittore de "La taverna del doge Loredan", di "Passaggio segreto" e di molti altri romanzi di successo, ha settant' anni, due più di Pratt. Dopo una vita spesa all' estero, soprattutto in America del sud, come inviato per "l' Europeo", si è ritirato, anche lui, nella quiete dell' isoletta del Lido di Venezia. Ongaro è veneziano, Pratt era nato a Rimini, ma è sulla laguna che si sono incontrati, ancora ragazzi. Quella stessa laguna che ha stregato Pratt, che l' ha fatto veneziano, e che ha partorito veneziano, pur essendo nato a Malta, anche Corto Maltese, il suo eroe anarchico, il marinaio gitano.
Quell' avventuriero solitario e disincantato che a volte, nel bel mezzo della giungla, insulta gli indigeni in dialetto, quello che quando si stufa dei politici e dei governanti si nasconde nel dedalo delle calli veneziane, in quella Corte Sconta detta Arcana, quello che si rifugia nell' isoletta a leccarsi le ferite, al bar del Porticciolo, e gli torna in mente, mentre fuma quieto, il profilo di Bocca Dorata, che ha la faccia di una ragazza di Cannaregio. Ongaro ha la voce stanca e bassa. Ha appena saputo da un amico, al telefono, che Hugo se n' è andato, che è partito per un' altra avventura. L' ultima. "Era un po' di tempo che non ci vedevamo - racconta - un paio d' anni. Sapevo che non stava bene, ma vagamente, non immaginavo cosa avesse. Solo due giorni fa mi hanno detto che era grave. Un tumore, credo". Si conoscevano, Ongaro e Pratt, da più di cinquant' anni.
"Era il ' 43 -ricorda lo scrittore - io avevo diciott' anni, lui sedici. Io facevo lo studente, e lui anche, anche se come studente era un po' irregolare. Era appena arrivato a Venezia dall' Africa. Suo padre era un funzionario coloniale in Abissinia. Era anche stato catturato dagli inglesi, Hugo. Lo avevano messo in un campo di concentramento, poi era stato liberato ed era tornato in Italia con la Croce Rossa. Suo padre invece morì laggù". "Mi ricordo ancora, come fosse ieri - continua Ongaro - la prima volta che lo vidi. Non lo conoscevo ancora. Lo notai per strada, in una calle di Venezia, perché era vestito in un modo insolito, stravagante per quei tempi, con una specie di sahariana addosso, tutta spiegazzata, e un cappellaccio sdrucito da Indiana Jones. Aveva un' andatura da marinaio, come Corto, camminava dondolandosi sulle gambe, e aveva un codazzo di ragazzini che lo seguivano. Non so cosa facessero. Ma lui si vedeva che era il capo. Aveva solo sedici anni, ma aveva già carisma, personalità. Fu naturale che ci incontrassimo, che diventassimo amici".
Il giovane Pratt disegnava già. "Storie di avventure. Sempre avventure. Il tratto era ancora un po' grezzo, un po' infantile, ma si capiva subito che aveva la mano giusta, una mano non comune. I suoi primi disegni erano ispirati alle storie dell' Avventuroso, che era il giornale dei ragazzi di quel tempo, ai personaggi dell' Uomo mascherato, a Cino e Franco". Tra Pratt e Ongaro fu l' inzio di un lungo sodalizio di amicizia, di sogni e di scrittura. Come più tardi con Bonvi, con Milo Manara. "Eravamo tutti e due figli dell' Avventuroso. Ci legava la passione comune per le storie, per l' avventura, per i posti esotici, misteriosi, allora ancora sconosciuti. Quelli dove non andava nessuno. Avevamo interessi comuni e parlavamo la stessa lingua". Fu così che, subito dopo la guerra, dalle giovani penne di Pratt e di Ongaro - uno si occupava dei disegni, l' altro della sceneggiatura - nacque il mitico "Asso di Picche", un giornalino per ragazzi che ebbe subito fortuna. Con loro c' erano Mario Faustinelli, Giorgio Bellavitis e Dino Battaglia. Un paio d' anni di successi aprirono ai due le porte, che avevano tanto sognato, dell' America del sud.
Una piccola casa editrice argentina, di proprietà di alcuni ebrei italiani, li chiamò a Buenos Aires a continuare laggiù l' avventura dell' "Asso di Picche". "Io rimasi sette anni in Argentina - ricorda Ongaro - poi diventai adulto, si fa per dire, cominciai a fare il giornalista, tornai in Italia. Hugo invece rimase di più. Poi si è mosso anche lui e ha cominciato a girare. Ma ha continuato ad abitare sempre nel suo mondo". "L' eredità che ci lascia - aggiunge Ongaro - non è stata ancora valutata appieno. Ci lascia un personaggio, come quello di Corto Maltese, che è una nuova maschera, una maschera che mancava nella cultura italiana: quella dell' avventura. L' avventura con la A maiuscola. Ma adesso è presto, ne riparleremo fra trent' anni". Già. Perchè all' orizzonte di quell' oceano, come scriveva il maestro di Malamocco, "ci sarebbe stata sempre un' altra isola, per ripararsi durante un tifone, o per riposare e amare. Quell' orizzonte aperto sarebbe stato sempre lì, un invito ad andare".
Roberto Bianchin La Repubblica 21 agosto 1995 |
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