| Hugo Pratt, un amore perduto (di Ornella Vanoni) |
![]() Non speravo più di riuscire a parlarti dopo tanti giorni volevo risentire la tua voce, ma tu dormivi. Ti facevano dormire. Poi una sera mi hanno detto che era un momento buono e ti ho sentito. Non volevo stancarti, ma volevo dirti tutto. Hugo, che cazzata. Si, mi hai detto, e' proprio una cazzata. Sai ti penso sempre come se vivessi su due livelli, parlo, faccio, ma ti penso continuamente. Ti arrivo? Mi senti? Se ti sento. Sono a Capri il mare qui e' blu proprio blu, mi tuffo dentro come nei tuoi occhi perché sono come il mare e non soltanto perché sono blu. Ti ho fatto ridere. Ti ho detto ti amo e ho riappeso. Anche se non ti sentissi più mi resta la tua risata, era così che volevo che fosse. Mi ha sempre incantato la tua risata, veniva da lontano, era pacata profonda come il ricordo di tante risate. Sai come quando senti parlare tanta gente tutta insieme in uno spazio molto grande e molto pieno perché c'e' una festa. Il biglietto per Ginevra l' ho tenuto anche se mi hai chiesto di non venire perché non avresti potuto farmi compagnia. Pochi giorni prima eravamo così felici del nostro prossimo incontro. Io poi lo dicevo a tutti, anche a quelli che non sapevano di chi parlassi. Vado a trovare Hugo. Tra due giorni vedo Hugo. Sono felice perché starò qualche giorno con Hugo. Per dodici anni ho rimandato questo incontro e spesso mi sono chiesta il perché. perché non riuscivo a raggiungerti, perché continuavo a girare intorno al problema, perché ti dicevo di portarmi in viaggio con te, senza mai chiedertelo, come una donna che si propone disposta a unirsi alla carovana oppure rischiando di trovarsi sola e impreparata senza un' offerta dichiarata senza una falsa garanzia che si chiama corteggiamento. Vieni, mi hai sempre detto, io sono qui, sei tu che sei sempre fidanzata che non si capisce mai a che punto e'. E' inutile che me la prenda, che mi dia della cretina adesso. Prendo atto che questo e' il mio grande rimpianto. Mi fa sentire una donna da poco, banale, una qualunque signoretta. Un pomeriggio, una domenica; stavo cantando in un teatro gremito, c' era gente in piedi. Mi sono sentita osservata, mi sono girata verso destra, e ti ho visto. Eri li' con dei libri sotto il braccio. Non sapevo che fossi a Milano non mi avevi avvertita. A quel punto non c' erano abitudini tra noi. Non sei neppure venuto a salutarmi. Dopo, quando ti ho timidamente rimproverato: troppa gente, mi hai detto, paura di dare fastidio. Ma mi prendi in giro? Insomma io con te ho cincischiato per anni. Nell'84 al Lido sei venuto a sentirmi cantare all'Excelsior. Ti avevo telefonato a casa e ti ho trovato (miracolo). Poi mi ha detto sei stupenda, così sofisticata con quella sensualità elegante che aveva soltanto Marlene Dietrich. Non so se ho capito bene tutto, perché quando vado in confusione divento un po' sorda e mi si appanna la vista. La mattina dopo mi hai invitata a Malamocco tua ultima residenza veneziana perché li' ci abita ancora una vecchia zia e c'e' sepolta mia madre. Sono venuta scortata da un fidanzato ovviamente ma tuo fan spericolato, in quel caso eravamo in due a essere contenti. Una gran festa sul prato, gioiosa, colorata, semplice, c' era anche il postino con la borsa a tracolla. E' in tuo onore, mi hai detto; non ci credevano che ci saresti venuta. Ma tu Hugo perché sei così grasso? Ciò , mi hai risposto, el magnar, el bever, le done. Se no, sarà trasparente come un termometro. Dopo poche ore io ero piena come un uovo, e passando davanti a una trattoria ti ho visto parlare fitto con un amico, totalmente assorbito davanti a un piatto pieno di una roba fumante che intravedevo attraverso gli spazi lasciati da alcune bottiglie di vino. Ho pensato, gli amici, nell'elenco ti sei dimenticato gli amici, ma nel magnar e nel bever sono sempre inclusi gli amici. Quanti amici che hai. Sai e' soltanto da un anno che mi sono decisa a metter in cornice i disegni e gli acquerelli che mi hai fatto. Li ho divisi in tre strisce, prima i profili a matita, poi le facce a china, poi le facce a colori, col nome, senza il nome, più bocca, più occhi e davanti agli occhi quella lieve striscia rossa che hanno spesso le tue donne, le donne di Corto. Quella barriera, quel fuoco, quel mistero. Mi hai fatto troppo bella, non sono così io. Era un mio momento no. Ne ho avuti molti dei momenti no, dal giorno in cui ci siamo conosciuti. Forse e' stato questo il motivo di rimandare a poi, a quando starò davvero bene. Era autunno quando ci siamo conosciuti in una libreria, tu presentavi un libro, o forse un musical su Corto. Io degli occhi così non li avevo mai visti, occhi abituati a guardare l' infinito, come quelli di Ulisse, forse. Si e' mai saputo di che colore avesse gli occhi Ulisse? Sto esagerando. Morgan? Si' come il pirata. Questi sono gli occhi di chi ha doppiato Capo Horn e ce l' ha sempre fatta, e tu mi hai detto Bocca dorata, sei perfetta per Bocca dorata. Per favore mi disegni una luna? Mi hai fatto Venezia, una gondola, la luna. Romanticamente scontato come tutto ciò che e' assoluto. Giorni fa ti ho chiesto, di nuovo una luna, pero' gialla dentro un cielo cobalto, una luna africana. Forse me l' hai fatta, forse un giorno o l' altro l'avrò questa luna. Ornella Vanoni Corriere della Sera 22 agosto 1995 |
A venticinque anni dalla retrospettiva ospitata al Gran Palais, il nuovo trionfo dell’arte prattiana nella capitale francese.

Anche per i più grandi avventurieri c'è sempre una casa dove aspettare, seppur un istante, per ripartire per un nuovo viaggio.